Vorrei riportare questa recensione scritta da Stefano Gualdi nel 1998

– LA SPERIMENTAZIONE  TECNICA COME LINGUAGGIO NELLA FOTOGRAFIA DI VIGLIO FERRARI

Mi accade spesso, nell’ambito della mia attività professionale, di osservare lavori fotografici ripetitivi e scontati. Si tratta paradossalmente di immagini assolutamente perfette, sia dal punto di vista tecnico sia per quanto riguarda la scelta del soggetto, che, una volta sottoposte ad un’attenta analisi iconografica, mostrano il limite della loro natura: sono cloni di altrettanti scatti d’autore, pubblicati “N” volte su riviste patinate ed esposti nelle gallerie di mezzo mondo e perciò già entrati a far parte dell’immaginario collettivo di tanti fotografi. Quel senso di “deja vu” che ne deriva, frena il mio interesse, facendomi riflettere anche sull’assenza di ricerche originali in circolazione.

Sulla scorta di queste considerazioni, ritengo che meriti particolare attenzione l’opera di Viglio Ferrari, giovane ma già esperto fotografo scandianese, il cui lavoro sembra ispirarsi ad un rigoroso metodo, teso ad una reale sperimentazione del mezzo fotografico, che assume nelle sue intenzioni la valenza di un autentico linguaggio espressivo.

La sua ricerca, iniziata circa quattro anni fa, risulta incentrata su due filoni principali: il rapporto tra supporto e immagine fotografica, con particolare attenzione alla tecnica di trasferimento di toner quest’ultima (a volte ritoccata a mano) su materiali alternativi alla carta da sviluppo, come: legno, metallo, ecc.  E poi le fibre ottiche, utilizzate per illumiare il soggetto attraverso una tecnica affascinante e complessa, che permette di stendere pennellate di luce artificiale, anche nel buio più assoluto e in assenza di misurazione esposimetrica.

Certo, questa contaminazione fra generi, rischia di confonderci le idee a tal punto, che può venire spontaneo domandarsi a quale branca della comunicazione visiva appartengono le immagini così realizzate: alla pittura? alla fotografia? o alla grafic-art?. Non abbiamo risposte precise, l’unica certezza è che esse possono definirsi a buon diritto: “icone” dell’odierna civiltà delle immagini.

Prendiamo, per esempio, due cicli di opere realizzati da Viglio Ferrari nel1997. Il primo, composto da quattro pezzi, ci mostra un sinuoso corpo femminile immerso nel buio e reso visibile in alcune sue parti da rapidi tracciati luminosi. L’impressione che se ne ricava è quella di un lavoro di scrittura sul corpo, più vicino alla body art che ai concetti spaziali di Lucio Fontana.  Per giungere a questo risultato, il nostro, ha usato fibre ottiche a mano libera, disegnando a suo piacimento nell’oscurità e con l’obiettivo fotografico aperto delle “linee dinamiche”, direttamente sul corpo nudo della modella. Il risultato, pur avvicinandosi all’opera di Arnulf Rainer, se ne discosta per ovvi motivi concettuali.  Più calzante, invece, appare il paragone con le ricerche futuriste ed alcune azioni dimostrative di Light painting, effettuate da artisti contemporanei, quali Dalì, Mirò e Picasso.

Il secondo ciclo, decisamente più Glamour del precedente, ha  per tema il binomio: donna-strumenti musicali. In questo caso Viglio Ferrari precisa meglio il suo intento, che appare quello di sperimentare differenti modelli di racconto per immagini. L’illuminazione a fibre ottiche, assolve qui un significato diverso dal precedente. Nelle intenzioni del fotografo, il soggetto si trasforma in visione erotico-onirica, con ovvi risvolti psicologici e riferimenti freudiani. La fisicità eterea della modella-musa, i suoi capelli corvini e la pelle alabastrina, ci fanno dubitare della sua stessa esistenza. Il fatto poi che ella suoni sia strumenti a fiato (tipici del dio Pan), che strumenti a corde (tipici del dio Apollo), autorizza a pensare che ci troviamo di fronte ad un preciso ideale femminile, conturbante e pericoloso; caratterizzato dalla compresenza di elementi ferini ed angelici. I collegamenti, anche in questo caso, vanno fatti con le avanguardie storiche, in particolare col surrealismo (soprattutto Man Ray e André Kertéz), ma vi sono riferimenti anche a maestri contemporanei della fotografia, penso a Giampaolo Barbieri, Franco Fontana, Pete Turner ed Helmut Newton.

In conclusione, ritengo che la ricerca di Viglio Ferrari sia interessante e nuova. Trovo, inoltre, che egli possa ben rappresentare – vuoi per la sua dimestichezza con le nuove tecnologie, vuoi per l’attaccamento al metodo artigianale e vuoi per la determinatezza con cui raggiunge i suoi obiettivi – l’artefice multimediale del presente, colui, insomma che pur cogliendo la complessità del reale, guarda al passato per affrontare il futuro.  Stefano Gualdi

 

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