1996

… luce, corpi, gioia, codici trascritti dopo un frenetico ed appassionato esercizio della verità, ed ancora, felicità, ingegno, delicatezza, carne …

Qui, sospeso sui tracciati degli eventi più o meno casuali, Viglio si sente al sicuro dalle mode, dai background cosmopolitani e dagli emblemi incisi nel marmo delle consuetudini, fotografiche e non.

Non si definirebbe infatti “fotografo” ma “pittore con la luce”, dal vero significato del termine.

La sua scelta di godere (e di far godere?) dell’apparente semplicità delle immagini, lascia spazio a mille involucri di pensieri rubati al reale, bozzoli di trame ancora da tessere, tane di certezze e convinzioni.E comunque ciò che contraddistingue il suo futuro, rimane pur sempre la ricerca; ricerca del nuovo nella fantasia …O.L.

1997

Giovane e promettente fotografo, Viglio Ferrari ha saputo fare delle sua passione per la fotografia una vera e proria attività di ricerca creativa senza fine, la quale lo porta a spaziare per ogni dove, dalla fotografia in bianco e nero, a quella a colori, dalla foto tradizionale a quella elaborata digitalmente, dalle immagini di ritratto a quelle di reportage, dallo scatto di paesaggio all’astrattismo figurativo. Un fotografo, quindi, cosciente della odierna pluriforme dimensione fotografica, capace, con le sue buone padronanze tecniche, di affrontare ogni settore con successo, accompagnato dalla buona volontà di chi sa bene che non si finisce mai di imparare… Sabina Broetto

1998

LA SPERIMENTAZIONE  TECNICA COME LINGUAGGIO NELLA FOTOGRAFIA DI VIGLIO FERRARI

Mi accade spesso, nell’ambito della mia attività professionale, di osservare lavori fotografici ripetitivi e scontati. Si tratta paradossalmente di immagini assolutamente perfette, sia dal punto di vista tecnico sia per quanto riguarda la scelta del soggetto, che, una volta sottoposte ad un’attenta analisi iconografica, mostrano il limite della loro natura: sono cloni di altrettanti scatti d’autore, pubblicati “N” volte su riviste patinate ed esposti nelle gallerie di mezzo mondo e perciò già entrati a far parte dell’immaginario collettivo di tanti fotografi. Quel senso di “deja vu” che ne deriva, frena il mio interesse, facendomi riflettere anche sull’assenza di ricerche originali in circolazione.

Sulla scorta di queste considerazioni, ritengo che meriti particolare attenzione l’opera di Viglio Ferrari, giovane ma già esperto fotografo scandianese, il cui lavoro sembra ispirarsi ad un rigoroso metodo, teso ad una reale sperimentazione del mezzo fotografico, che assume nelle sue intenzioni la valenza di un autentico linguaggio espressivo.

La sua ricerca, iniziata circa quattro anni fa, risulta incentrata su due filoni principali: il rapporto tra supporto e immagine fotografica, con particolare attenzione alla tecnica di trasferimento di toner quest’ultima (a volte ritoccata a mano) su materiali alternativi alla carta da sviluppo, come: legno, metallo, ecc.  E poi le fibre ottiche, utilizzate per illumiare il soggetto attraverso una tecnica affascinante e complessa, che permette di stendere pennellate di luce artificiale, anche nel buio più assoluto e in assenza di misurazione esposimetrica.

Certo, questa contaminazione fra generi, rischia di confonderci le idee a tal punto, che può venire spontaneo domandarsi a quale branca della comunicazione visiva appartengono le immagini così realizzate: alla pittura? alla fotografia? o alla grafic-art?. Non abbiamo risposte precise, l’unica certezza è che esse possono definirsi a buon diritto: “icone” dell’odierna civiltà delle immagini.

Prendiamo, per esempio, due cicli di opere realizzati da Viglio Ferrari nel1997. Il primo, composto da quattro pezzi, ci mostra un sinuoso corpo femminile immerso nel buio e reso visibile in alcune sue parti da rapidi tracciati luminosi. L’impressione che se ne ricava è quella di un lavoro di scrittura sul corpo, più vicino alla body art che ai concetti spaziali di Lucio Fontana.  Per giungere a questo risultato, il nostro, ha usato fibre ottiche a mano libera, disegnando a suo piacimento nell’oscurità e con l’obiettivo fotografico aperto delle “linee dinamiche”, direttamente sul corpo nudo della modella. Il risultato, pur avvicinandosi all’opera di Arnulf Rainer, se ne discosta per ovvi motivi concettuali.  Più calzante, invece, appare il paragone con le ricerche futuriste ed alcune azioni dimostrative di Light painting, effettuate da artisti contemporanei, quali Dalì, Mirò e Picasso.

Il secondo ciclo, decisamente più Glamour del precedente, ha  per tema il binomio: donna-strumenti musicali. In questo caso Viglio Ferrari precisa meglio il suo intento, che appare quello di sperimentare differenti modelli di racconto per immagini. L’illuminazione a fibre ottiche, assolve qui un significato diverso dal precedente. Nelle intenzioni del fotografo, il soggetto si trasforma in visione erotico-onirica, con ovvi risvolti psicologici e riferimenti freudiani. La fisicità eterea della modella-musa, i suoi capelli corvini e la pelle alabastrina, ci fanno dubitare della sua stessa esistenza. Il fatto poi che ella suoni sia strumenti a fiato (tipici del dio Pan), che strumenti a corde (tipici del dio Apollo), autorizza a pensare che ci troviamo di fronte ad un preciso ideale femminile, conturbante e pericoloso; caratterizzato dalla compresenza di elementi ferini ed angelici. I collegamenti, anche in questo caso, vanno fatti con le avanguardie storiche, in particolare col surrealismo (soprattutto Man Ray e André Kertéz), ma vi sono riferimenti anche a maestri contemporanei della fotografia, penso a Giampaolo Barbieri, Franco Fontana, Pete Turner ed Helmut Newton.

In conclusione, ritengo che la ricerca di Viglio Ferrari sia interessante e nuova. Trovo, inoltre, che egli possa ben rappresentare – vuoi per la sua dimestichezza con le nuove tecnologie, vuoi per l’attaccamento al metodo artigianale e vuoi per la determinatezza con cui raggiunge i suoi obiettivi – l’artefice multimediale del presente, colui, insomma che pur cogliendo la complessità del reale, guarda al passato per affrontare il futuro.  Stefano Gualdi

1999

…L’unico esempio di tecnologia digitale asservita alla fotografia è quello offerto da Viglio Ferrari. Le sue immagini non intendono documentare l’evento sonoro, lo interpretano liberamente esaltando le infinite possibilità del mezzo. Attraverso di esse vediamo aree perfettamente a fuoco contornate da forti sfocature, casse acustiche eruttare colonne di suono o musicisti slittare in avanti moltiplicandosi; in ogni caso la fantasia dell’autore è sempre protagonista.   Stefano Gualdi

2002

Catene e Lune, le forme dei nudi si intersecano in esse attraverso un preciso processo mentale che Viglio Ferrari attua sin dall’inizio della sua opera. La mano dell’artista è quella di un vero e proprio pittore che utilizza la luce come mezzo (Catene: luce pennellata) o il digitale come espressione (Lune: fotomontaggio). L’antesignana fotografia formato cartolina del piccolo mondo viene oggi sostituita nel manifesto del mondo metropolitano. Nasce il Poster.

2003

In qualche modo sembra fare riferimento alla ricerca di derivazione futurista il lavoro recente di Viglio Ferrari, con qualche attenzione, ancora, all’opera di Nino Migliori, rimando inevitabile di chi lavora con le scritture diverse della fotografia, mettendo in questione l’univocità del codice prospettico nella fotografia canonica. Ferrari infatti trascrive i corpi delle modelle utilizzando luci complesse, in qualche caso limitandosi a darne immagini ambigue e vagamente surreali, in altri episodi “dipingendole” con luci mobili in modo analogo a quanto accadeva nei Lucigrammi dell’autore bolognese negli anni Ottanta, impiegando a tratti anche elaborazioni digitali.

Ne esce una fotografia estraniata, smaterializzata, che confina da un lato con la “fotografia astratta” di Veronesi, di Grignani, dall’altro con le campagne di moda del milanese Giampaolo Barbieri, a sua volta attento utilizzatore di modalità non ortodosse, dalla doppia esposizione all’open flash. Paolo Barbaro

2008

Donne è il soggetto moltiplicatore, l’idea che si riproduce di luce.

Nude è la materia della luce che si posa, plasma e stampa.

Fai conto che non abbiamo le foto, e ne parliamo. In una serie di tre alla tua destra in alto entrando c’è una donna nuda, capelli lunghi e fluenti e una luna; in un’altra serie di due di fronte c’è una donna nuda incatenata rannicchiata in avanti e nell’altra una donna incatenata di schiena; nell’ultima serie in alto a sinistra un seno, una schiena, un bacino, un fianco e altri dettagli di una donna nuda. Solo che detto così, non abbiamo niente se non una parvenza sensuale di una donna lupo mannaro di un film erotico giapponese, e poi della sana pratica sadomaso da film erotico francese, per finire con gli appunti chirurgici del maniaco di Dusseldorf. Invece farle le foto, che è poi anche un po’ vedersele davanti, ti sposta quel senso erotico e sensuale da rododendro che si aveva a pensarla e basta la foto. E allora guardando la donna in conversazione con la luna ti vien voglia di andare a imbottigliare il vino, ti immedesimi nello sguardo del contadino che attendeva le lunazioni per andare nel suo svolgersi agricolo, il lunario dell’attesa e dell’agire. E poi le catene con quella luce sono ghirigori, monili, gioielli. La cosa strana della luce è che plasma e trasforma. Così il seno, la schiena, la spalla, l’anca, il bacino sono diventati la danza della fiamma, il ritmo di luce di una goccia che scivola su un vetro. Nelle foto di Viglio c’è una ricerca all’essenziale, senza enfasi. Infatti se poi gli chiedi e questo e quello, e il processo a stampa, e la monocromia, etcetera, ti risponde per quanto sia poi essenziale parlare di giardinaggio, talpe, montagna etcetera, parlare d’altro; che le fotografie si fanno, si fanno con la luce a saperla attendere. Francesco Giacane

2010

L’incanto e l’avvistamento, sono due movimenti che si verificano nello stesso istante, un medesimo clic del percepire, lo stesso clic di quando si dice ho visto una balena, ho visto un ufo, anche se si dice raramente, ma si può anche sentire la frase, ho visto una panchina piena di foglie, oppure, ho visto una grondaia bucata, oppure, ho visto un casolare e una rotoballa, oppure, ho visto il sole tramontare dietro un gatto che dormiva, in questi avvistamenti semplici c’è la stessa straordinarietà dell’avvistamento di una balena, o di un ufo.

E’ la stessa forza organica che crea l’incanto, negli avvistamenti c’è la stessa metamorfosi che c’è nel trasformare il piombo in oro, come facevano, si dice, gli alchimisti.

L’ incanto l’ultima e unica testimonianza dell’alchimia, ognuno poi trasforma il proprio piombo come può.

Qui è stato un giro in bicicletta, per caso come tutti gli avvistamenti, un giro lungo l’argine del Crostolo, dalla Vasca Corbelli a Rivalta fino a Lido Po a Guastalla, dove i due fiumi si uniscono, sull’argine in bicicletta a scattare fotografie e segnarle, appuntare immediatamente i dati di latitudine e longitudine, e collocare l’immagine nello spazio, collegando il GPS alla macchina fotografica, così per georeferenziare l’avvistamento segnando le coordinate del fenomeno.

Solitamente, viviamo i fenomeni nel tempo, ieri ho visto Anna, ora sto vedendo il mare, e così sono già delle esperienze nel tempo, dei ricordi.

Invece dilatarsi nello spazio, in quel punto lì: N44°, E10° e tutti gli altri sessagesimali a seguire sono Santa Vittoria ad esempio, allargarsi in quel punto lì come un cartografo e tracciare una rotta, con uno scarto di 4 o 5 metri per poterla ripercorrere, per farla ripercorrere all’ipotetico visitatore.

L’alchimia non finisce qui, per restituire la forza dell’incanto e la tensione  dell’ avvistamento si ritorna alla pittura.

Le fotografie sono stampate su tela 50 per 70, in bianco e nero con una sfrangiatura bianca per cornice, l’immagine così non restituisce i colori del reale, di quel ricordo sull’argine, ma in bianco e nero si conserva il vago senso di straniamento come davanti un segno da interpretare, come se il mondo fosse disegnato a matita: tutto questo processo alchemico e tecnologico per restituire una visione di graffite, e ritornare al piombo. Francesco Giacane

2012

I panorami noti

Il panorama è sempre quel tutto spalancato che non vediamo mai, tanto è lì comune nel suo adagiarsi davanti a noi.

Che bel panorama, si dice comunemente quando chiudiamo quel tutto spalancato in una cartolina, sarà per il barbecue, sarà per il bacio, sarà per il balcone della casa nuova, sarà che senza la produzione di cartoline non sappiamo come riempire i cassetti di una vita, quelli poi stracolmi dopo anni, quelli dove si perde un po’ tutto: toh, il quaderno, veh, il tappo del diploma, eh questo poi.

Il panorama è fin dove si spinge il nostro occhio, è il confine comune di noi qui che guardiamo fin là, e ci spingiamo oltre guardando davvero, è come mettere il mondo al mondo spingendoci la faccia dentro, quando si è sereni e senti la faccia come un’intimità all’aria aperta in un pieno atmosferico.

Fotografare un panorama noto, forse ha poco di naturalistico, forse è riflettere su un confine in comune, o un riempire ciò che abbiamo svuotato per quotidiana produzione di cartoline. Andrea Lucatelli

2013

Futuro Anteriore

Cambiare sarà anche innovativo ma non è certo nuovo. Solo gli acritici entusiasti del mutamento a tutti i costi pensano che sia un evento dell’oggi e non sia stato sempre. Ma tutto si consuma e l’avanguardia diventa gusto di massa, la dissonanza motivo orecchiabile. Ciò che abbiamo sotto gli occhi ci pare ovvio, ciò che compare si afferma come significativo. Così, può essere stimolante provare a pensarsi come abitanti di un passato prossimo e cercare i segni premonitori di quello che era un futuro incipiente e che per noi è già passato, essere spettatori di quei cambiamenti che hanno generato il nostro presente che, a sua volta, ci spinge a mutare ancora. I luoghi di una città come Reggio Emilia, soprattutto quelli ordinari, non monumentali, con la loro fisica permanenza, possono raccontare il continuum di queste passate trasformazioni, a volte imposte con il vigore progettuale, a volte inconsapevolmente subite dalla forza degli eventi. Uno sguardo lievemente anacronistico sulle immagini perplesse di Viglio Ferrari può legare il cambiamento che è stato e quello che sarà. Una fontana in cui specchiarsi. Una piscina, un albergo e una discoteca, dalla società aperta del boom economico a quella chiusa e impaurita della globalizzazione. Una strada che si è smarrita. Un partito che non c’è più … Vincenzo Cavandoli

 

MAN IN BLACK  della   Bassa

È  un dato acquisito  che la Bassa reggiana sia piatta solo morfologicamente e come, sullo sfondo di un panorama uniforme e bellissimo,  emergano personaggi che alla creatività, a volte geniale, associano un’originalità che può sfumare dal bizzarro alla follia.

Viglio Ferrari, Willo per gli amici, natali scandianesi,  è un uomo della Bassa, il cui tic ossessivo è immediatamente visibile. È  un uomo black & white: rigorosamente black l’abbigliamento, black & white la lunga criniera raccolta, black  & white  e discretamente hi-tech la casa, black & white l’alimentazione (carne sì, verdura no).  Dietro questo corollario ottico delle ossessioni di Willo, c’è la sua dimensione creativa che ha come misura quello che potrebbe apparire un ossimoro, un paradosso: passione controllata. Perché Willo ha molte passioni, che vive e sa condividere e trasmettere agli altri con sviluppo quasi virale. Hobbies –  la montagna e la bicicletta – che coltiva con scrupolo professionale,  e un mestiere  – la fotografia – che cerca di vivere in modo libero e creativo. Partiamo da  montagna e bici. Le costanti escursioni nel nostro Appennino, anche in invernale con le ciaspole, hanno trovato naturale sviluppo nei trekking su più giorni degli ultimi anni: il sentiero Spallanzani verso San Pellegrino in Alpe, la Bologna – Firenze lungo l’antica Flaminia militare, le Alpi Apuane, i Boschi Sacri del Casentino.  Affrontati sempre con un piglio organizzativo preciso e, a tratti, maniacale,  con un forte impegno individuale ma non solitario, visto che cerca sempre di coinvolgere attorno a sé vecchi e nuovi amici. Prima, durante e dopo. Prima, con l’invio ad una mailing list in costante espansione di programmi degni del miglior tour operator, dettagliati di altimetrie, chilometraggi, tempi di percorrenza, mappe, punti ristoro, prescrizioni per l’abbigliamento e l’attrezzatura che si spingono fino alla nomenclatura di marche e modelli, visioni e previsioni meteo …Durante, con itinerari prescrittivi sotto controllo satellitare che vorrebbero, non sempre con successo, escludere divagazioni e varianti suggerite dagli svagati compagni di viaggio. Dopo, con un ordinato diluvio di immagini, dati statistici, consuntivi atletici ed emozionali che scolpiscono l’impresa compiuta nella memoria dei partecipanti e alimentano il rammarico degli assenti. Ma per Willo la valenza ginnica delle imprese sulle gambe o sulle due ruote non è fondamentale quanto quella conviviale e, così, da lui partono altre proposte  come i vari tortello tour, scampagnate ciclistico-famigliari dal sapore antico, coronate dall’abbuffata al ristorante con successivo appesantito e annebbiato rientro. O come l’annuale appuntamento ai Sorì di Diano d’Alba, percorso eno-gastronomico fra le vigne piemontesi dove l’efficienza organizzativa si scioglie finalmente nell’ebbrezza liberatrice di Bacco.

Willo ha scelto la fotografia industriale come professione. Oggetti definiti, contrastati, che si collocano con nettezza nello spazio: quelle pubblicate nel suo sito web sono immagini la cui precisione non stupirà in un personaggio che spiega  ai commessi Ikea le istruzioni per montare gli oggetti che stanno vendendo.  In questi tempi in cui, per la crisi e la facilità d’uso del digitale,  la ricerca di professionisti  è ridimensionata, i professionisti devono buttarsi nella ricerca. Ed è quanto anche Willo sta facendo, lavorando con l’High Dynamic Range e proponendosi per la realizzazione di tour virtuali, ma anche concedendosi di più alla ricerca personale extralavorativa. Del resto, la sua capacità tecnica, ormai trentennale, avviata nell’era analogica della pellicola e maturata in quella digitale, ha presto trovato altre forme in cui esplicitarsi che, nonostante l’ostentata allergia  di Willo per la cultura, hanno con questa molto a che fare. Interpretazioni fotografiche del lavoro di amici artisti, copertine per gruppi musicali,  ricerche sul paesaggio, sul corpo, su luoghi significativi. Basti ricordare, senza annoiare nessuno con lunghi elenchi –  tutte le informazioni a riguardo sono disponibili nel suo sito www.viglio.com – , che dagli anni Novanta ha partecipato a mostre e vinto premi nazionali e internazionali. Al di là dei singoli temi su cui ha lavorato, quella che emerge come costante è la ricerca delle possibilità tecniche del mezzo fotografico e, da questo punto di vista, mi sembra significativa l’attenzione allo sviluppo dell’ampiezza della visione: da quella frontale tradizionale, alle riprese prima a 180° e infine a 360°. Non penso si tratti di una semplice ricerca di effetti speciali. L’ansia di raccogliere tutto con lo sguardo è ben nota a chi ama la montagna e, arrivato in vetta, vorrebbe trovare il modo di restituire in qualche modo ciò che sta vedendo e vivendo. Per i più vecchi e per i cinéphiles non sarà inutile citare quel film di Wim Wenders di quando il regista tedesco aveva ancora qualcosa da dire, Alice nelle città, dove il protagonista gira con una polaroid e riprende tutto, perché solo fissando oggettivamente sulla carta le cose e la vita riesce a “vedere” davvero il mondo.  E forse, per quanto riguarda Willo, a tenerlo sotto controllo.

Una passione controllata, appunto. Vincenzo Cavandoli (Mendolo)


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